SAGRADO – 8 NOVEMBRE 2020

La dolina dei pidocchi

Eccoci nuovamente tra i sommacchi variopinti del Carso. Qui l’autunno è un’effusione di tinte luminose, un’esplosione cromatica tra le candide pietre scabre e aguzze del calcare cretacico, una mescolanza d’aromi ed essenze che ti avvolge e ti stringe a questa terra aspra e sempre più selvaggia. Incappiamo, come spesso accade quando ci caliamo in queste ariose plaghe, nelle trincee della Grande Guerra. Puntuali, da una profonda dolina o da dietro un muretto a secco, sbucano i versi del poeta soldato (sommo poeta e semplice soldato) che di qui passò un secolo fa, lasciandoci le sue orme immortali: liriche sull’umanità sempre attuali e coinvolgenti. L’incontro con il rosso delle foglie, il bianco del calcare, il tepore dell’estate novembrina, la musica dei versi, è caloroso e interiore più che estetico e formale. Precipitano colate vermiglie sulle rupi e invadono le inutili trincee, tripudio alla stupidità umana che la natura lentamente digerirà, presto o tardi, ma digerirà. Tra le poesie inedite di Ungaretti, ve n’è una scritta di getto per un amico commilitone sulla copertina di un libro (anche i soldati leggevano in trincea: Baudelaire, Ariosto, Mallarmé … ). La possiamo leggere accanto ad un ombra di Malvasia, al Castelvecchio, sopra Sagrado. Il luogo di tale inedito componimento non rientra tra i noti Valloncello dell’albero isolato, bosco Cappuccio, Locvizza, Versa, celebri location di poesie ungarettiane. La lirica è stata scritta in un’anonima “Dolina dei pidocchi” il 28 settembre 1916. Forse un nome di fantasia, o forse un toponimo estemporaneo affibbiato ad un luogo del fronte, che indica l’ennesimo fastidio dovuto ad una guerra disumana, quello di molesti parassiti che, oltre alle pallottole e alle schegge di granata, contribuivano a ravvivare l’altrimenti “noiosa” vita in trincea. (Continua…)

Carsolonga: settima edizione, quest’anno in versione “anulare”. Meta le alture di Polazzo, il Castelvecchio, con itinerario come sempre costruito “in itinere”. A poca distanza San Martino del Carso, il Monte San Michele, i luoghi ungarettiani de “L’allegria”.

Pidocchi, piattole, pallottole e schegge, gas nervini, febbre tifoide e polmoniti, freddo, cibi avariati, missioni suicide, ordini assurdi, solitudini e lontananze, tutte “incombenze” quotidiane per i giovani soldati della Grande Guerra, che possiamo in qualche modo comparare con quelle imposte oggi dal “piccolo virus”. Perché, se di guerra si parla anche in questo caso, perlomeno mediaticamente, allora possiamo avanzare qualche paragone tra la vita di trincea del ’15-’18 e quella in lockdown, totale o parziale che sia, del ’20 di un secolo dopo. E allora l’ago della bilancia volge ingloriosamente verso la Grande Guerra ed il piatto risulta “leggerino” dal lato del Covid-19. Un dramma certo, per chi finisce in ospedale, ci lascia la vita, per chi vive quotidianamente la trincea delle corsie, ma anche impossibile da sopportare, a sentir la gente, per la vita di stenti indotta da restrizioni e privazioni: di caffè quotidiani, di missioni festive ai centri commerciali, di aperitivi serali, di sedute in palestra…un’autentica catastrofe! Adesso che le guerre e le loro conseguenze si sono allontanate così tanto da noi, che non c’è quasi più nessun vecchio a parlarci della miseria, quella vera; adesso che le trincee sono rinverdite, i camminamenti nel fango asciugati, i fili spinati arrugginiti e consumati, adesso possiamo liberamente ingigantire la catastrofe del covid, così da meritarci una patacca di legno al valor militare per gli immani sforzi nel resistere quindici giorni senza sprizzetto. Liberi di pensarlo, ci mancherebbe…..e…attenti ai pidocchi!

Dolina dei pidocchi, 28 settembre 1916 — Per non rammaricarsi d’esser nati — Questa carne molestata ha pure quando meno aspetta i fremiti dell’alba E mi brilla dolce la vita come un prato al rinvenuto bacio della ruggiada Ungaretti