SAN SALVATORE – 17 DICEMBRE 2020

Il tempo delle pozzanghere

Viene un giorno che decidi di scartare di lato una pozzanghera invece di saltarci dentro; un giorno che ora non ricordi. C’è stato un tempo dove non ti facevi problemi per le scarpe infangate, per la pioggia senza mantellina. Non sentivi il freddo, l’afa non ti opprimeva, e non pensavi nemmeno a giocare: giocavi e basta. Era il periodo della tua vita dove la natura non ti parlava, perché tu stesso eri natura, equilibrio e spensieratezza. Un bel giorno, senza volerlo, senza pensarci su, hai valutato dove fosse meglio passare, se a sinistra o a destra, per evitare di bagnarti i piedi. Hai cercato il punto con meno acqua per guadare il ruscello invece di entrarci, e un riparo estemporaneo ad un improvviso temporale estivo. Ti sei preoccupato per i tappetini dell’auto appena aspirati, per i pantaloni appena indossati, per l’acconciatura e il trucco. Sei diventato grande. Noi e le pozzanghere… Noi e queste briciole di ricordi della nostra aurea aetas, sparse qua e là in mezzo agli arativi, questi pezzi di cielo invertito che troviamo lungo la via, che ormai vediamo come un problema, un intralcio verso la meta finale, un impedimento al cammino. Noi e il fango, che è molto più di terra bagnata; è fucina di vita, possibilità di plasmare, creare, esprimere. Quando incontro una pozza di fango usata dai cinghiali per la loro toilettatura salutistica, penso che non si tratti soltanto di una pratica igienica per i silvani quadrupedi, ma anche motivo di piacere, momento ludico. Quel rotolarsi nel pantano e strusciarsi nei tronchi lì attorno dev’essere, mi si passi il termine, una goduria pure per loro. Alcune volte mi è capitato di osservare animali selvatici giocare: scoiattoli farsi cucù intorno al tronco, caprioli rincorrersi ad acchiapparella, codibugnoli dondolare a testa in giù tra i rami, e così via. (Continua…)

Il variegato mondo collinare morenico friulano riserva infinite possibilità escursionistiche e appartate chicche paesaggistiche e storiche. Oggi si va per castelli, ma la via in mezzo alla campagna è tutt’altro che retta: viste le abbondanti piogge, e costellata di fangose insidie.

Ci siamo dimenticati della nostra età dell’oro, regolata da semplici meccanismi istintivi, che sembrano irrimediabilmente svaniti. Probabilmente sono rintanati in qualche remoto anfratto del complesso sistema nervoso centrale. Credo che non usciranno più più da là dentro. Forse in sogno, a volte, ci torniamo, a saltare pozzanghere, rotolarci nella sabbia da bagnati, infischiarci della neve dentro i calzetti, a correre sotto il sole senza niente in testa, assaggiare quel fango, che non è solo terra, ma qualcosa di più complesso e ricco. Quelle pozzanghere, l’acqua salata, il fango, ci devono aver trasmesso qualcosa che abbiamo ascoltato e capito, ma definitivamente dimenticato, irrimediabilmente perso nel cammino. Quando di preciso? Non so, non sappiamo. Forse in sogno, dicevo, qualche pezzo di noi, immersi nell’armonia naturale primordiale, nel fango genetico, ricompare, come una luminescente pozzanghera in mezzo alla campagna di dicembre. Anche oggi ho cercato a lungo quel senso innocente, mentre percorrevamo l’anello tra due castelli nel cuore dei colli morenici. Ricerca senza esiti, ovviamente. Solo il tramonto, a tratti, ha spennellato in cielo una poltiglia rosata che non sapeva solo di nuvola e pace, ma anche di qualcos’altro che più profondamente dev’essere ancora là dentro, da qualche parte.